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28ago

PRIVATIZZAZIONE RETI IDIRICHE

DOCCIA, RICERCA

La legge 133 obbliga i Comuni a mettere le loro reti idriche sul mercato entro il 2010.

Le amministrazioni locali perdono una fonte di entrate, mentre per i cittadini il rischio è di pagare bollette più salate.
E’ passato nel silenzio quasi generale il decreto legge che prevede la privatizzazione ’acqua pubblica in Italia. Il 6 agosto il Parlamento italiano ha infatti votato con l’appoggio ’opposizione l’articolo 23bis della legge numero 133/2008  che obbliga i Comuni a mettere le loro reti idriche sul mercato entro il 2010. Ciò al – afferma la legge – “di favorire la più ampia diffusione dei principi di e di libera prestazione dei servizi di tutti operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale”.

La nuova norma tira in ballo una serie di questioni controverse. In termini generali, affidare ai privati la riqualificazione delle reti idriche, lì dove sono carenti, e gli investimenti per ammodernarle può essere anche un bene. Ma a patto che si garantiscano elevati standard di efficienza del servizio senza scaricare i costi di gestione sugli utenti con bollette fuori controllo.

Tutto comincia nel 2002. La storia ha inizio nel 2002, con una legge che obbliga le municipalizzate a snellirsi, diventare S.p.a. e lavorare con rigore. L’ Italia viene divisa in bacini idrici, i Comuni sono obbligati a consorziarsi e le bollette a includere tutti i costi, che non possono più scaricarsi sul resto delle tasse. Anche se i Comuni mantengono la maggioranza azionaria, nelle ex municipalizzate banche, industrie e multinazionali. Ma questa rivoluzione delude le aspettative. Nessuno rifà gli acquedotti, le reti restano un colabrodo, il privato funziona peggio del pubblico. Lo conferma anche Mediobanca, che in un’ indagine recente dimostra che le due aziende pubbliche milanesi, Cap ed Mm, hanno le reti migliori d’ Italia e tariffe tra le più basse d’ Europa.

Cosa cambia per i Comuni. canto loro i sindaci, specie quelli dei piccoli comuni, non hanno accolto positivamente il provvedimento. Con il 23 bis perdono una fonte di entrata che non è controbilanciata proventi della vendita del servizio idrico. Inoltre il rapporto con il territorio viene compromesso: l’acqua è il bene pubblico per eccellenza e cederlo ai privati può mettere in crisi la fiducia dei cittadini nelle istituzioni locali. Inoltre, lì dove il servizio funziona e i conti tornano, non si vede la necessità di cambiare il sistema di gestione pubblica.

Cosa cambia per i cittadini. Il rischio maggiore per i consumatori è quello di pagare bollette più salate. Come è successo in Francia dove, dopo la privatizzazione delle reti idriche, si sta tornando al servizio pubblico, a cominciare da Parigi. Le ragioni della marcia indietro, come viene precisato dall’Istituto nazionale del Consumo francese, sono i costi troppo alti (l’acqua privatizzata costa infatti il 30 per cento in più rispetto a quella gestita dal pubblico) e la necessità di tornare a prezzi più ragionevoli. Ma c’è anche un altro aspetto, non trascurabile in un Paese come il nostro fatto di piccoli comuni: con l’acqua in mano ai privati i cittadini non hanno più un referente diretto, l’istituzione locale, al segnalare reclami e disservizi. Possono rivolgersi solo a un distante e immateriale “call center”, con una forte probabilità che le loro instanze cadano nel vuoto.

Chi controlla? Un problema da non sottovalutare, inoltre, riguarda l’aspetto dei controlli. Chi assicura che i privati garantiscano elevati livelli di qualità dell’acqua? Chi vigila sul contenimento delle tariffe? Mentre per luce e gas esiste l’Authotirity per l’energia che svolge questi compiti, per l’acqua non c’è nessuna istituzione di controllo. Per questo molte dei consumatori, fra cui l’Adiconsum, chiedono la creazione di un ‘Autorità per le risorse idriche, in grado di stabilire standard di qualità, norme di trasparenza tariffaria e di calibrare il giusto peso in bolletta dell’ammodernamento della rete.

di Monica Rubino

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